UNA RIFLESSIONE SU NON SMETTERE DI SOGNARE

Si potrebbe pensare – dallo sdolcinato e per nulla originale titolo, Non smettere di sognare – di essere in presenza di un libello adolescenziale e demenziale; invece, sin dalle prime battute, ci si rende conto di essere atterrati in un’isola felice della narrativa, di avere tra le mani un piccolo capolavoro che, nel mentre celebra l’amore nei tratti da sempre più enigmatici, ti conduce in una dimensione spazio-temporale di calma interiore, in uno spazio ideale tra la spensieratezza giovanile e la rimembranza della maturità.

Non a caso, è un paesaggio rurale esposto perennemente al sole lo sfondo country-western delineato con scioltezza dalla penna sobria e articolata di Roberta Zanzi. Laghi, fiumi, boschi, granai, fienili, silo, stalle, pianure, pascoli, feste e cavalcate sono elementi imprescindibili dell’arcadica ambientazione che, appunto, fornisce il riferimento essenziale per interpretare e seguire lo sviluppo della storia.

«Il periodo dell’adolescenza» scrive l’autrice «è sicuramente il più difficile, turbolento e delicato; un’età complessa lastricata da momenti tristi in cui vorresti essere già maggiorenne, alternando momenti meravigliosi di pura euforia e felicità a momenti di mestizia. Una fase di passaggio unica e affascinante tra l’età della spensieratezza, dove si è ancora bambini, e l’età adulta, che si nutre di ricordi».

Impossibile non rievocare l’incipit de La linea d’ombra di Conrad:

Solo i giovani hanno momenti simili. Non penso ai giovanissimi. No, i giovanissimi, propriamente parlando, non hanno momenti. È privilegio della prima giovinezza vivere in anticipo sui propri giorni, in tutta la bella continuità di speranze che non conosce pause o introspezioni. Si chiude dietro di noi il cancelletto della pura fanciullezza – e ci si addentra in un giardino incantato. Persino le ombre vi risplendono promettenti. Ogni svolta del sentiero è piena di seduzioni. E questo non perché sia una terra inesplorata. Si sa bene che tutta l’umanità ha già percorso questa strada. È il fascino dell’esperienza universale dalla quale ognuno si aspetta una sensazione particolare e personale – un po’ di noi stessi. Si procede eccitati, divertiti, riconoscendo le orme di coloro che ci hanno preceduto, intrecciando la buona e la cattiva sorte – le rose e le spine, come dice il proverbio – quel pittoresco, comune destino che tiene in serbo tante possibilità di successo per chi le merita, o, forse, per chi è fortunato. Sì, si procede. Ed anche il tempo procede finché non si scorge dinanzi a noi una linea d’ombra che ci avverte che anche la regione della prima giovinezza deve essere lasciata alle spalle. È questo il periodo della vita in cui si presentano i momenti di cui parlavo. Quali momenti? Diamine, i momenti di stanchezza, di tedio, di insoddisfazione. I momenti della sconsideratezza. Voglio dire i momenti in cui i giovani finiscono per commettere le azioni temerarie come sposarsi all’improvviso o lasciare il lavoro senza un motivo.

Non è ugualmente la storia di un matrimonio, quella narrata da Roberta Zanzi. Non viene tratteggiato l’andamento discendente dell’amore di coppia – consumato, vissuto e assopito. È la storia di un astuto, talvolta imponente, procrastinare all’infinito la fine dell’inizio di un amore. Non c’è fine perché l’inizio stesso permane sulla soglia della concretezza, sul piano platonico dell’idea: il sogno permane intatto, nella sua tragica integrità, e ciò permette di “mantenere il bacio”, come direbbe Massimo Recalcati.

Se sia possibile e se convenga, in qualche modo, opporsi a un destino di perfetta imperfezione poco conta. Intento della Zanzi non è quello di fornire risposte, suggerimenti, vie di fuga, ma di creare una sorta di suspense intorno alla domanda fondamentale: quando comincia l’amore?

«Il mio primo vero amore mi riempie il cuore di gioia, la vita mi sembra più bella, sento crescere la passione e il desiderio sessuale, quando le sono vicino e quando lontano; la mia fantasia viaggia e immagino di far l’amore con lei – dopo ho sempre un’erezione, e mi imbarazzo.»

Ci si accorge dell’impasse in cui si è teneramente invischiati: si desidera il cominciamento dell’amore, ma è la consapevolezza – che mai affiora completamente – che un cominciamento ne determinerebbe la fine a permettere il perpetuarsi dell’innamoramento.

L’illusorietà stessa passa in secondo piano; il desiderio dello stare insieme non confluisce nella reciproca appartenenza, proprio perché l’amore non è reciproca appartenenza, ma vicendevole dono di libertà; l’illusorietà, allora, non disvela la caducità delle “belle sensazioni”, semmai rivela la bellezza di quelle fragili, dolci emozioni che scolpiscono l’animo degli innamorati allorché questi mostrino coraggio nell’accogliere, senza resistenza, la vera essenza dell’amore: l’essere un sogno.

Se ti dicono che l’amore è sogno, sogna pure, ma non stupirti se ti svegli piangendo. (Jim Morrison)

«Le distanze non annullano gli amori…» No, al contrario, li rafforzano. «Anche se siamo a centinaia di chilometri, vale la pena provarci, e io farò in modo di tornare per le festività natalizie: non attendo certo la prossima estate per rivederla; sicuramente riuscirò a convincere i miei genitori ad accompagnarmi a Springdale, mi comprenderanno, hanno già intuito che sono innamorato».

Ed ecco la filosofia del romance promossa da questa semplice, profonda e autorevole scrittrice ferrarese.

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